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Faber non muore mai

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Esattamente una settimana fa ricorreva la morte del grande cantautore genovese Fabrizio De André. Diciannove anni dalla sua scomparsa. Diciannove anni in cui il panorama musicale italiano è cambiato, ma, il ricordo e la memoria della sua arte non se ne sono andati. Conosciuto anche con l’appellativo di Faber, datogli dal suo amico di infanzia Paolo Villagio per via della sua predilezione per i pastelli della Faber-Castell e per l’assonanza con il suo nome. Aveva simpatie anarchiche e libertine e faceva parte della Scuola genovese insieme a Gino Paoli e Luigi Tenco. Fu l’artista con il maggior numero di riconoscimenti da parte del Club Tenco e molte delle sue canzoni, che parlano di emarginati e prostitute, sono considerate da gran parte dei critici come vere e proprie poesie. Tanto che vengono inserite nelle antologie scolastiche di letteratura già dai primi anni Settanta.

«…pensavo: è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra» (Amico fragile)

Nato da una famiglia benestante, De André visse la sua infanzia e adolescenza con comportamenti fuori dagli schemi. A diciotto anni, a causa del brutto rapporto con il padre, andò via di casa e intraprese gli studi di giurisprudenza. A sei esami dalla laurea decise però di smettere e avviò la carriera musicale. Fu proprio questa decisione a creare il personaggio che noi tutti conosciamo. Fondamentale fu l’ascolto del cantautore francese Georges Brassens, del quale tradusse alcune canzoni. Una di queste è “Il gorilla”: animale che si fa strumento di vendetta contro la categoria del giudice, che ha il potere di mandare a morte esseri umani e con indifferenza. Nessuna delle sue canzoni è mai banale, mai scontata. Dietro ognuna di esse c’è un insegnamento, una morale, una storia da raccontare, una condanna, una censura.

«Lessi Croce, l’Estetica, dove dice che tutti gli italiani fino a diciotto anni possono diventare poeti, dopo i diciotto chi continua a scrivere poesie o è un poeta vero o è un cretino. Io, poeta vero non lo ero. Cretino nemmeno. Ho scelto la via di mezzo: cantante.»

Pubblicò i suoi primi 45 giri e i suoi primi 33 giri e ottenne il successo grazie all’interpretazione di Mina de “La canzone di Marinella”. Arrivarono i primi album: “Tutto Fabrizio De André”, “Volume I”, “Tutti morimmo a stento”… e già il suo stile era inconfondibile. L’atmosfera dei cantautori francesi, le tematiche sociali, trattate a volte con crudezza a volte con ironia, le metafore poetiche, l’esistenzialismo e il suo agnosticismo. Ci furono poi gli anni delle sperimentazioni ed esplorò l’ambiente degli autori americani (lo si nota ad esempio nell’album “Rimini”). Si avvicinò alla musica etnica, alla realtà mediterranea con l’album “Crêuza de mä” (cantato interamente in lingua genovese) e alle minoranze linguistiche. Ci fu anche un’evoluzione religiosa a seguito del rapimento insieme alla moglie Dori Ghezzi. Quell’esperienza, unita ad un’analisi della realtà sarda, gli ispirò alcune canzoni che confluirono nel disco conosciuto come “L’indiano”. All’interno di questo cd possiamo notare dei parallelismi tra il popolo dei pellerossa con quello sardo e richiami del sequestro avvenuto, come ad esempio avviene in “Hotel Supramonte” che intreccia anche la tematica dell’amore:

«E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome. Ora il tempo è un signore distratto, è un bambino che dorme. Ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano. Cosa importa se sono caduto, se sono lontano. Perché domani sarà un giorno lungo e senza parole. Perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole. Ma dove, dov’è il tuo amore. Ma dove è finito il tuo amore»

Un percorso documentato dalle sue canzoni, dalle sue ballate, dalle sue filastrocche, dalle sue liriche. Un percorso che si è fermato troppo presto.

Ma Faber non muore mai. È come se fosse ancora qui e i suoi testi li stesse scrivendo ora. Perché ora e in ogni epoca c’è una bocca di rosa che fa l’amore con passione; c’è un chimico che non gli riesce di capire gli uomini; c’è un testamento lasciato dopo una morte; c’è un malato di cuore che non può bere alla coppa d’un fiato; c’è sempre una guerra, due uomini con lo stesso umore e la divisa di un altro colore. Faber non è solo una canzone alla radio. Faber è uno stato d’animo. Faber è una serata con un amico. Faber è un libro di Marquez. È cent’anni di solitudine. Faber è Andrea; un blasfemo; un bombarolo. Faber è per i tuoi larghi occhi. Faber è quando hai un bicchiere di vino in mano e vuoi cantare l’amore.

Faber è sempre attuale e non muore mai.

Non dite che Faber è morto. Perché l’11 gennaio del 1999 il suo corpo si è spento ma la sua anima rimane.

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